L’allestimento della mostra è curato dalla professoressa e critica d’arte Giovanna Riu
Una libreria che diventa galleria, 23 opere che dialogano con le parole, e un artista che si mette a nudo attraverso il colore.

Zoppi lascia temporaneamente il suo atelier di via Gioberti 51, a pochi passi dalla libreria, per esporre qui una selezione delle opere della sua produzione più recente, lavori nei quali l’autore si mette metaforicamente – e artisticamente – a nudo. L’artista diventa un mezzo per trasfondere le emozioni che gli sgorgano dal profondo e le trasforma in tratti pittorici che prendono corpo sulla tela.

L’Evoluzione Stilistica: Dal Surrealismo all’Oggetto
Gli esordi di Zoppi risalgono agli anni Settanta, quando la sua pittura si nutre delle suggestioni del surrealismo: atmosfere sospese, figure umane solitarie, presenze meditate e silenziose che indagano il delicato equilibrio dell’identità. Con gli anni, però, questa figura si ritira sino quasi a scomparire, lasciando spazio a ciò che l’artista chiama semplicemente “Oggetti”.
Oggetti quotidiani che, nelle sue composizioni, assumono una forza nuova: diventano “Soggetti”, dotati di una propria anima, evocativi dell’uomo pur restando immobili e silenziosi. In questa scelta maturano una consapevolezza critica e una vena malinconica che attraversa parte della sua produzione: lo sguardo su una società che tende a massificare, a uniformare, a ridurre l’individuo a ingranaggio di un presunto progresso.
La Frammentazione della Forma
Nelle opere più recenti, questo sguardo si evolve ancora. L’oggetto non è più solido, centrale, riconoscibile: si frammenta, si moltiplica, si scompone in una rete di forme autonome. La realtà concreta lascia spazio al dominio dell’immaginazione. I segni, liberi, creano nuove armonie visive, quasi una dichiarazione di indipendenza del gesto pittorico.
