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“TRE DONNE” di Robert Musil – Ed. Palingenia

Tonka ha «un cognome fantastico, uno di quei cognomi boemi che vogliono dire “colei che canta” o “colei che viene dai prati”», ma «è una ragazza molto semplice, una commessa di negozio», quando invece «bisogna aver studiato, avere princìpi, avere una solidità sociale, sapersi comportare». Così sentenzia la famiglia del giovane protagonista di uno dei racconti di Tre donne. Ma lui, studente di chimica, che pure «non voleva saperne dei problemi che non si potevano chiaramente risolvere, anzi era un avversario quasi accanito di simili discussioni e un adepto fanatico del nuovo spirito ingegneresco, della fantasia fredda e asciutta», lui che «era per la distruzione dei sentimenti e contro le poesie, la bontà, la virtù, la semplicità», di fronte a quella ragazza muta, arrendevole, si sente come vacillare, e insieme a lui vacilla l’intera realtà, che scivola in una regione ignota, estranea a ogni razionalità, dove gli abituali, rassicuranti parametri vengono meno. Nello sconcerto generale, il giovane lascia la casa paterna e va a vivere con Tonka in una città tedesca. E anche quando appare certo che lei è «caduta in una colpa terrena», per lui rimane, «accanto alla certezza della sua ragione, un altro elemento immediato: il volto di Tonka», appartenente a «un mondo al quale il concetto di Verità è sconosciuto». Perché Tonka, «pura e grezza come la natura», ha uno sguardo sereno, che però è «come una freccia con l’uncino», e non parla il linguaggio comune, ma «qualcosa come il linguaggio del tutto» – e l’erotismo a cui invita è come il riverbero di un universo arcano e fluttuante, dove la realtà si confonde con il sogno. Lo stesso universo a cui appartengono le indimenticabili figure femminili degli altri due racconti qui riuniti: la Portoghese, «misteriosa come i numerosi fili di perle che possedeva», sposa di un arcigno, bellicoso aristocratico del Sud Tirolo; e Lene Maria Lanzi («un nome che aveva il suono dei cristalli d’ametista e dei fiori»), detta Grigia, contadina di un remoto villaggio di montagna, che al geologo venuto dalla grande città regala un amore «meravigliosamente privo di peso e libero da ogni elemento terreno» – e parole che sembrano provenire da un arcaico linguaggio sapienziale: «L’azzurro del cielo è meglio lasciarlo tranquillo lassù, così resta bello».

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